Michael Jackson, 25 Giugno 2009 – quella notte in cui tutto il mondo, non solo il mio, si fermò

Sono trascorsi dieci anni. Veloci come un soffio, un alito di vento, uno scossone.  E, come tutte le cose che fanno male, che non vorresti mai avere dovuto vivere, i ricordi che rimangono in testa  sono sbiaditi. Interrotti.  Le urla, le lacrime, controlliamo meglio, magari è l’ennesima fake news, e le mani veloci e il cuore in gola, mentre aprivo decine di siti internet, e tutti che dicevano quella frase. Michael Jackson è morto.

Quella notte ero con due carissimi amici. Sapevamo che Michael non stava bene. Era magrissimo, quasi scheletrico. Avevamo preso i biglietti per il suo ultimo tour a Londra, This is it, eravamo riusciti ad accapparrarci tre date, quando le date dovevano essere in tutto dieci. L’ultimo tour di saluto ai suoi fan, e poi basta, e noi dispiaciuti, ma lo amavamo, e quindi eravamo felici che si ritirasse a vita privata, a vedere crescere i suoi figli.  Ma poi le date erano diventate cinquanta. E Michael lanciava messaggi strani, “sappi che se morirò, mi avranno ucciso” aveva detto a suo padre Joe Jackson, e sorrideva sì, perché Michael ha sempre sorriso durante tutta la sua vita, ma era stanco, con gli occhi tristissimi.

C’rea qualcosa che non andava. Qualcosa di sbagliato. Michael e il suo bisogno di rinascita: dopo l’affossamento dell’album Invincible (2001) (probabilmente attuato dalla sua ex-casa discografica) costato un patrimonio e largamente finanziato da Michael, dopo le ennesime accuse di molestia, dopo un massacrante processo che lo ha proclamato innocente (2003), ma che lo ha devastato nel profondo, Michael aveva voglia e bisogno di ricongiungersi non solo con il mondo della musica.

Ma per un beffardo gioco del destino si è affidato ancora a persone senza scrupoli che l’hanno allontanato dalla famiglia ( fonti dicono che non riuscisse nemmeno più a mettersi in contatto con il padre e la madre e che non potesse nemmeno firmare i suoi assegni), le stesse persone che si sono occupate delle fantomatiche cinquanta date del tour, e che, allora, gestivano ogni parte della sua vita. Forse anche quella del  medico che gli ha fatto la fatale puntura.

Eravamo al computer quella sera, allora si gestiva un sito internet dedicato a Michael, si organizzavano fiaccolate, si cercava di tenere alto il nome di Michael, di stare uniti con tutti gli altri fan italiani. Il nostro libro Michael Jackson, l’Agnello al Macello, che sarebbe uscito pochi mesi più tardi, era quasi terminato.  Un libro doveroso e viscerale, quando di libri doverosi, in giro, non ce n’era nemmeno l’ombra.

D’improvviso quella notizia. Michael Jackson è morto.

Michael Jackson è morto.  Michael Jackson è morto. 

Prima la confusione, il guardarsi negli occhi, Non è possibile, cazzo, non è possibile.

Una frase semplice, chiara, facile da capire. Michael Jackson è morto. 

Facile da comprendere forse per la ragione, ma non per il cuore. Lui si rifiutava di comprendere, non riusciva a leggerle quelle parole, a farsele entrare in testa.  Michael Jackson è morto. 

Un terribile senso di vuoto. Black out.

Respira, cazzo, respira.

Silenzio.

Un silenzio folle. Devastante. Come stare in bilico su un precipizio, lo sai che cadrai, lo sai per certo, è solo questione di attimi.

Il mondo si ferma. Improvvisamente. Il tempo si dilata, siamo in una bolla di vuoto, boccheggiamo, galleggiamo, completamente inermi di fronte ad una verità troppo grande. Che non è possibile prendere così, tutta insieme. Siamo in assenza di gravità.

Tutto, ogni cosa, si ferma: i nostri respiri, il battito del cuore, i secondi smettono di scorrere, la Terra rallenta, pare di sentirne le vibrazioni, un sussurro sordo e sotterraneo, che rallenta, rallenta fino a fermarsi. Tutto rimane immobile.

La prima lacrima scende, interrompe il silenzio. Ci prendiamo per mano. Ci stringiamo l’un altro. Cos’altro potremmo fare?

Ci sarà tempo per la rabbia. Per le lacrime. Per un lutto che non potrà mai terminare, un lunghissimo addio che non avrà mai fine, perché succede così, quando muore un pezzo del tuo cuore.

E’ successo così, quel 25 Giugno 2009. A me, a noi. A milioni di persone in tutto il mondo.

Penso che molti si siano arresi un istante, quella notte, si siano fermati. Si siano abbracciati. Perchè davvero l’onda d’amore si è sentita, potente, ultraterrena, l’essenza di Michael che è venuta a solleticarci, a dirci “Ciao, io vado”.

Qualcosa si è interrotto. Per me. Nemmeno adesso riesco ad ascoltare certe canzoni di Michael Jackson. Non ce la faccio. Earth Song non l’ho più ascoltata. You are not Alone, nemmeno. Man in the Mirror, la stoppo a metà.  IL DVD di This is It, l’ho comprato. Ma non l’ho mai visto. Mai. Qualcosa è morto, dentro di me. E riesco a dirlo solo adesso, dopo dieci anni. Prima non ne potevo nemmeno parlare. “Ehi, tu sei una fan di Michael? Hai scritto un libro, vero?”.  Allora meccanicamente parte il sorriso, ma certo, l’abbraccio, l’intervista, e cerco di essere più onesta possibile, ma in fondo non sono totalmente io.

Non posso più ascoltare Michael, dopo il il 2005, non ce la faccio. Che album sono usciti? Ma no. L’ultimo album di Michael per me è Invincibile. 

Tutto quello che è uscito dopo di lui, non è di Michael. Manca di magia. Manca di Michael. Ma questa sono solamente io, un essere umano con tutti i suoi limiti.

Ripenso a quell’onda d’amore, però. E quello che mi fa sorridere è vedere tutte le nuove generazioni che sono state toccate da Michael senza mai averlo conosciuto. Bambini di cinque o sei anni che impazziscono per lui. Allora, mi fermo, porto una mano sul cuore e lo vedo. 

Michael vive, penso.