Muse a San Siro 2019: le mie sensazioni a caldo, ormai raffreddate. Mica una recensione.

Il punto è che ho visto i Muse 13 volte dal vivo. In dieci anni, certo. Ma è diventata una sorta di dipendenza, una chiamata, un appuntamento fisso. Almeno una volta l’anno, senza vedere il nanerottolo (Matt), il bambolotto (Dom) e il figo della situazione (Chris) io non ci so stare. Poi succede che esce l’album nuovo  e quasi dai di testa, ci sarà il tour, ti ripeti, ti ripeti. ti ripeti, e finalmente le date del tour escono, e senza aspettare un secondo hai già in mano due biglietti per due date diverse, 12 e 13 luglio allo stadio San Siro di Milano.

Un posto che rappresenta le direzioni musicali che hanno segnato la mia vita. Per primo Michael Jackson, che ho visto live nel Giugno del 1997, e tredici anni dopo, nello stesso luogo, nel giugno del 2010, ho visto per la terza volta i Muse.

I Muse ritornano a San Siro.  

Sono felice per tutto ciò che lo stadio rappresenta per me, ma non entusiasta. Vedere un concerto in una venue così enorme è una levataccia, con il tempo ho imparato ad apprezzare le arene più piccole, al chiuso, dove tutto è ricoperto da una sorta di intimità.

Ma i Muse, sobri come sempre, quest’anno vogliono fare le cose in grande, e si va a San Siro, allora, per vedere il Simulation Theory tour.  L’album mi è piaciuto, dal mio punto di vista i ragazzi hanno trovato finalmente una direzione più netta, dopo gli insipidi The Second Law e Drones, ma non mi dilungo sull’album, ho espresso la mia opinione in proposito qui: Recensione Simulation Theory Muse per Extra! Music Magazine.

Ho scelto di fare due date, perchè generalmente mi piace osservare il concerto da punti di vista differenti: questa volta primo anello e poi parterre.

Il 12 Luglio, quindi, primo anello verde, ma eravamo davvero troppo laterali (lato Matt) e abbiamo perso quasi tutto quello che veniva proiettato (parte integrante del tour per lo storytelling delle canzoni). Eravamo fuori dal cono sonoro delle casse, per cui  si sentiva divinamente la voce di Matt e la batteria di Dom, ma le chitarre erano del tutto tagliate. La visione migliore si ha certamente, per questo concerto, dalle tribune centrali.

La seconda sera, dal parterre, in transenna sotto la piattaforma al fondo della passerella, tutto si è ridimensionato: ancora una volta ho potuto vedere le righe sui pantaloni di Matt (che usa spesso gli stessi, cambiando colore) e il dettaglio delle sue smorfie, e quel suo sorrisetto da manigoldo; e poi, se hai i tre Muse così vicini, ti concentri su di loro: dopo tredici concerti, è ovvio che gli guardi la ruga, il disegno della maglia, le scarpe, le dita sulle corde della chitarra o del basso, e ti guardi proprio bene Chris, ma proprio bene, nel dettaglio e non senti nemmeno più la canzone che stanno suonando, e poi arriva Dom, di rosso vestito, col taglio di capelli tattico, cavolo è invecchiato un po’, pensi, ma lui è come il vino, invecchiando migliora.

Poi i tre Muse ritornano sul main stage, e ti ricordi che sei ad un concerto dei Muse, e allora guardi il maxi schermo, e dici “ecchecavolo che figata”.

I Muse vanno visti live. Perchè una vera rock band dà sempre il meglio di sè, dal vivo. 

Foto orribile con il mio vecchio samsumg

Anche nel caso dei Muse, ecco perchè dopo tredici volte vuoi continuare ad andare, e non sai quando ti fermerai. Ogni volta è un’esperienza diversa, perchè i Muse nel frattempo sono cresciuti, sono migliorati, e anche sei hai ascoltato tredici volte Knights of Cydonia riesci ad ascoltare sempre qualcosa che non avevi mai sentito prima. Un virtuosismo. Un particolare. Un movimento.

Le nuove canzoni dal vivo sono spettacolari: The Dark Side, Thoungt Contagion, Pressure, Algorithm, Propaganda. I Muse sono una band che non si improvvisa più ( è forse un peccato) ma che da il massimo su ogni pezzo, che si migliora live dopo live.

I pezzi vecchi? Mancano come il sale nella minestra.  C’è qualcosa, sì, ma nulla sarà mai come prima. L’eccitazione aspettando New Born, quando Matt la faceva durare otto minuti. Il pianoforte lacerante di Sunburn. La chitarra acustica di Unintended. Quando ti si rivoltavano anche i calzini appena partiva il basso di Stockholme.

Ma ciononostante, l’estasi rimane.

I Muse sono diventati una band enorme, ed è giusto che facciano live degni di quello che sono diventati. Poi loro un po’ grandosi lo sono sempre stati, ma proprio nel DNA, e allora danno sfogo a tutto quello che di più tamarro si può trovare, ma è sempre tutto, tutto quanto, molto godibile. Una figata, insomma. Divertente. Incalzante.

Quasi, quasi, mi faccio la quattordicesima data prima che questo tour finisca!

🙂

La scaletta del 13 luglio:

grazie a Italian Musers do it better – fan community

Villaricca, è Alessandra Gianoglio la vincitrice del concorso letterario “Il racconto nel cassetto”

Si chiama “La ragazza con il violino” il racconto vincitore della sedicesima edizione del premio “Il racconto nel cassetto – città di Villaricca”, promosso dall’associazione culturale A.L.I. di Villaricca.

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Grazie di cuore alla città di Villaricca, all’associazione Assoali, e a tutto lo staff de il premio “Il Racconto nel Cassetto” per la magnifica esperienza!

Michael Jackson, 25 Giugno 2009 – quella notte in cui tutto il mondo, non solo il mio, si fermò

Sono trascorsi dieci anni. Veloci come un soffio, un alito di vento, uno scossone.  E, come tutte le cose che fanno male, che non vorresti mai avere dovuto vivere, i ricordi che rimangono in testa  sono sbiaditi. Interrotti.  Le urla, le lacrime, controlliamo meglio, magari è l’ennesima fake news, e le mani veloci e il cuore in gola, mentre aprivo decine di siti internet, e tutti che dicevano quella frase. Michael Jackson è morto.

Quella notte ero con due carissimi amici. Sapevamo che Michael non stava bene. Era magrissimo, quasi scheletrico. Avevamo preso i biglietti per il suo ultimo tour a Londra, This is it, eravamo riusciti ad accapparrarci tre date, quando le date dovevano essere in tutto dieci. L’ultimo tour di saluto ai suoi fan, e poi basta, e noi dispiaciuti, ma lo amavamo, e quindi eravamo felici che si ritirasse a vita privata, a vedere crescere i suoi figli.  Ma poi le date erano diventate cinquanta. E Michael lanciava messaggi strani, “sappi che se morirò, mi avranno ucciso” aveva detto a suo padre Joe Jackson, e sorrideva sì, perché Michael ha sempre sorriso durante tutta la sua vita, ma era stanco, con gli occhi tristissimi.

C’rea qualcosa che non andava. Qualcosa di sbagliato. Michael e il suo bisogno di rinascita: dopo l’affossamento dell’album Invincible (2001) (probabilmente attuato dalla sua ex-casa discografica) costato un patrimonio e largamente finanziato da Michael, dopo le ennesime accuse di molestia, dopo un massacrante processo che lo ha proclamato innocente (2003), ma che lo ha devastato nel profondo, Michael aveva voglia e bisogno di ricongiungersi non solo con il mondo della musica.

Ma per un beffardo gioco del destino si è affidato ancora a persone senza scrupoli che l’hanno allontanato dalla famiglia ( fonti dicono che non riuscisse nemmeno più a mettersi in contatto con il padre e la madre e che non potesse nemmeno firmare i suoi assegni), le stesse persone che si sono occupate delle fantomatiche cinquanta date del tour, e che, allora, gestivano ogni parte della sua vita. Forse anche quella del  medico che gli ha fatto la fatale puntura.

Eravamo al computer quella sera, allora si gestiva un sito internet dedicato a Michael, si organizzavano fiaccolate, si cercava di tenere alto il nome di Michael, di stare uniti con tutti gli altri fan italiani. Il nostro libro Michael Jackson, l’Agnello al Macello, che sarebbe uscito pochi mesi più tardi, era quasi terminato.  Un libro doveroso e viscerale, quando di libri doverosi, in giro, non ce n’era nemmeno l’ombra.

D’improvviso quella notizia. Michael Jackson è morto.

Michael Jackson è morto.  Michael Jackson è morto. 

Prima la confusione, il guardarsi negli occhi, Non è possibile, cazzo, non è possibile.

Una frase semplice, chiara, facile da capire. Michael Jackson è morto. 

Facile da comprendere forse per la ragione, ma non per il cuore. Lui si rifiutava di comprendere, non riusciva a leggerle quelle parole, a farsele entrare in testa.  Michael Jackson è morto. 

Un terribile senso di vuoto. Black out.

Respira, cazzo, respira.

Silenzio.

Un silenzio folle. Devastante. Come stare in bilico su un precipizio, lo sai che cadrai, lo sai per certo, è solo questione di attimi.

Il mondo si ferma. Improvvisamente. Il tempo si dilata, siamo in una bolla di vuoto, boccheggiamo, galleggiamo, completamente inermi di fronte ad una verità troppo grande. Che non è possibile prendere così, tutta insieme. Siamo in assenza di gravità.

Tutto, ogni cosa, si ferma: i nostri respiri, il battito del cuore, i secondi smettono di scorrere, la Terra rallenta, pare di sentirne le vibrazioni, un sussurro sordo e sotterraneo, che rallenta, rallenta fino a fermarsi. Tutto rimane immobile.

La prima lacrima scende, interrompe il silenzio. Ci prendiamo per mano. Ci stringiamo l’un altro. Cos’altro potremmo fare?

Ci sarà tempo per la rabbia. Per le lacrime. Per un lutto che non potrà mai terminare, un lunghissimo addio che non avrà mai fine, perché succede così, quando muore un pezzo del tuo cuore.

E’ successo così, quel 25 Giugno 2009. A me, a noi. A milioni di persone in tutto il mondo.

Penso che molti si siano arresi un istante, quella notte, si siano fermati. Si siano abbracciati. Perchè davvero l’onda d’amore si è sentita, potente, ultraterrena, l’essenza di Michael che è venuta a solleticarci, a dirci “Ciao, io vado”.

Qualcosa si è interrotto. Per me. Nemmeno adesso riesco ad ascoltare certe canzoni di Michael Jackson. Non ce la faccio. Earth Song non l’ho più ascoltata. You are not Alone, nemmeno. Man in the Mirror, la stoppo a metà.  IL DVD di This is It, l’ho comprato. Ma non l’ho mai visto. Mai. Qualcosa è morto, dentro di me. E riesco a dirlo solo adesso, dopo dieci anni. Prima non ne potevo nemmeno parlare. “Ehi, tu sei una fan di Michael? Hai scritto un libro, vero?”.  Allora meccanicamente parte il sorriso, ma certo, l’abbraccio, l’intervista, e cerco di essere più onesta possibile, ma in fondo non sono totalmente io.

Non posso più ascoltare Michael, dopo il il 2005, non ce la faccio. Che album sono usciti? Ma no. L’ultimo album di Michael per me è Invincibile. 

Tutto quello che è uscito dopo di lui, non è di Michael. Manca di magia. Manca di Michael. Ma questa sono solamente io, un essere umano con tutti i suoi limiti.

Ripenso a quell’onda d’amore, però. E quello che mi fa sorridere è vedere tutte le nuove generazioni che sono state toccate da Michael senza mai averlo conosciuto. Bambini di cinque o sei anni che impazziscono per lui. Allora, mi fermo, porto una mano sul cuore e lo vedo. 

Michael vive, penso.

Bohemian Rhapsody Il film | La mia recensione fedelmente non cinematografica

Sono uscita dal cinema da qualche ora, sono frastornata, tornando a casa ho ascoltato ovviamente i Queen, a palla, sulla mia auto.

La prima volta che ho visto il trailer di questo film ho pensato: “speriamo che lo facciano coscienziosamente“, perchè quando si parla di pietre miliari della musica come Freddie Mercury a fare una una cagata ci vuole meno di un attimo. Più si avvicinava la data di uscita in Italia, visto che mi sono persa l’anteprima del 23 Ottobre, più vivevo con l’ansia, e stasera, ho saltato anche un appuntamento importante per correre da Freddie.

Seduta sulla poltrona, pop corn in mano, tremavo.  Pensavo a tutte le recensioni che ho letto in questi mesi, pensavo che i Queen sono stati una delle colonne sonore della mia vita. Pensavo a quando li ho visti live a Milano, senza Freddie, ma con Paul Rodgers, e sono restata tutto il tempo con lo sguardo incollato a Bryan May e Roger Taylor pensando che fossero un ologramma.

Quando è partita la prima scena, con Freddie di spalle che sta per salire sul palco del Live Aid, mi sono in parte tranquillizzata. Almeno gli assomiglia, mi son detta.

Rami Malek, in effetti, ha fatto un lavoro straordinario. A parte la somiglianza fisica data da trucco e parrucco cinematografico, ma le gestualità e soprattutto lo sguardo, sono frutto di un certo durissimo lavoro. Lo sguardo, poi. Chi conosce Freddie Mercury, chi ha guardato le sue foto fino a farsi male agli occhi, sa che in uno sguardo profondo come quello di Freddie ci si può perdere. Ecco, nei primi piani di Rami Malek, ho rivisto quasi lo stesso sguardo, ho provato un brivido. 

Il film si apre nella Londra degli anni 70, i Queen si incontrano, formano la band e vanno subito forte, arriva il primo contratto, il primo tour. Davvero godibili i costumi, la somiglianza di ogni membro della band con l’originale è strabiliante, molto piacevole, anche se all’inizio ho trovato Freddie leggermente caricaturale. Sappiamo tutti quanto fosse sicuro di sé, sicuro che sarebbe diventato una leggenda, ma nel film, mi è apparso davvero un po’ troppo sicuro, non così credibile. Tutta la prima parte del film mi è sembrata un po’ lenta, tranne le scene in studio e tutta la parte cantata, che, mio parere da cineasta che di cinema non sa nulla, arrivano a toccare davvero il sublime. La concezione della canzone Bohemian Rhapsody, quel pianoforte che ti schiaffeggia all’improvviso, come la melodia che si insinua nel cervello di Freddie, il come ha dovuto lottare per proporre quel pezzo rock con una parte orchestrale e sinfonica della spropositata durata di 6 minuti. Ma alla fine, ha avuto ragione lui.

Molto soft e delicato tutto il rapporto con Mary Austin, amica, “moglie”, amante, la donna che Freddie ha amato per tutta la sua vita e che era al suo fianco il 24 Novembre del 1991, quando è mancato. La creazione della canzone “Love of my Life”, personalmente il mio pezzo preferito della discografia dei Queen, dedicata proprio a lei: sentirla cantare a cappella, mi ha dato un brivido al cuore.

Capiamo che si chiude il capitolo anni ’70, quando improvvisamente Rami Malek si taglia capelli, toglie le tutine aderenti e appare sbarbato, con gli occhi grandi, due baffoni neri e i jeans a vita alta. Siamo nei primi anni ’80. La parte dissoluta della vita di Freddie, quella delle feste, delle orge, della cocaina; a gran voce hanno detto che questo film è stato attentamente ripulito, che è stato reso accettabile anche per i dodicenni. Beh, io dico. E’ vero. Tutta quella parte è molto soft. Ma dico anche, su che cosa vogliamo mettere l’attenzione? Che cosa diavolo ce ne frega della sua vita privata, dissoluta o no che fosse stata? A mio parere la pellicola scorre benissimo, è vero gli accenni sono forse un po’ troppo leggeri, ma è anche vero che è impossibile fare entrare in un ora e mezza tutta la vita di Freddie Mercury.  Porre l’attenzione solo su quegli aspetti, adesso che ho visto tutto il film, dico che sarebbe stato inutile al fine del film stesso. Per cosa? Per soddisfare i morbosi? Va bene così, meglio la musica, meglio i sentimenti e la storia dei Queen.

Che, come tutte le grandi famiglie, hanno litigato, si sono separati, hanno preso grandi periodi di pausa. Si vede anche questo aspetto nel film, anche se è stato pesantemente criticato dai fan che dicono che non è vero, o meglio, che non è proprio così come si vede nel film. Che sia vero o meno, non importa, che abbiano condensato i litigi di vent’anni di carriera in una sola scena, va benissimo perché quella è, a mio parere, una delle scene più belle del film. Il litigio e poi la rappacificazione, con un Freddie Mercury che si è ripulito, che ha voglia di ricominciare, ma che è già malato.

Tutto il suo dolore per quella malattia, l’AIDS, che lo ucciderà si vede nel film con una serie di scene dedicate alle prove del Live Aid, dove sue corde vocali lo stanno abbandonando, non funzionano più come lui vorrebbe. La sua ironia in una frase “ora mi occupo di queste troiette delle mie corde vocali e ricomiciamo“. Tutta la sua forza e la sua bontà animo si vede nell’abbraccio storico fra lui e la sua band, la sua famiglia.

E poi, il gran finale, venti minuti di puro godimento dove viene ricostruita la performance dei Queen al Live Aid (1985).  Qui non si ha proprio nulla da ridire. Ti viene solamente da cominciare a saltare sulla sedia, a cantare, ad urlare, perchè sembra davvero che siano i Queen quelli sullo schermo. Rami Malek ha raggiunto davvero il il celestiale, il mirabile, l’eccelso.

Nemmeno il finale delude e tu rimani lì, incollato alla sedia, mentre scorrono i titoli di coda e stai ancora cantando “Don’t stop me, now” con le lacrime agli occhi.

Andatelo a vedere, Bohemian Rhapsody. Che siate fan dei Queen o che non lo siate, che sappiate tutto di Freddie Mercury o non sappiate proprio nulla. Questo film vi farà sentire parte della storia, parte di qualcosa di più grande, di qualcosa che si può solo raccontare attraverso la musica. 

Quella dei Queen.

 

Nuove collaborazioni…con passione!

Quando la Scrittura e la Musica ti fanno fare BOOM! 

Non importa quanto sei impegnato, quando le passioni ti fanno battere il cuore, riesci sempre  a trovare il tempo di fare tutto. A costo di fare le ore piccole o alzarsi mooolto presto al mattino.

Da qualche mese ho iniziato a collaborare con il Blog Agenzia Letteraria Sul Romanzo, per dissetare la mia voglia di scrittura, di lettura, di opinione.

E poi, ho iniziato a collaborare anche con Extra! Music Magazine, perchè, come ho già detto, io senza la musica non ci so stare

Vi segnalo due articoli scritti per “Sul Romanzo” : uno è la recensione del meraviglioso libro, “Il Sale”, scritto da Jean-Batiste Del Amo e l’altro è un articolo riguardante John Lennon e Oko Ono. Vedete?! Anche quando si parla di scrittura io riesco ad infilarci la musica.

Per Extra! invece ho avuto il piacere di intervistare una rock band inglese tutta al femminile, le esplosive JOANovARC

E poi  la live review del magnifico ritorno di Katie Tunstall, in un esclusivo concerto al Jazz Cafè di Londra. (con le magnifiche foto di Selena Ferro)

Sono stanca, ma così felice e soddisfatta. Amici, seguite sempre le vostre passioni! Senza nessuna riserva

Dipingere una nuova tela

Stamattina ho chiuso dietro le spalle, per l’ultima volta, la porta di questa casa: l’ho svuotata, staccato tutte le foto, ho raccolto le mie cose e le ho gettate in valigia. Poi ho chiamato un taxi per andare alla stazione.

Ora sono qui, il treno sta arrivando sui binari: salgo, trovo il mio scompartimento, mi siedo e butto la testa fra le mani. Ripenso a Klemi, a quello che ho lasciato, lo stomaco si chiude, non ho nemmeno fatto la barba, mi prude il viso, mi gratto. Guardo fuori dal finestrino. Vedo la neve all’orizzonte, prati che si rincorrono, mentre il treno che mi sta riportando alle montagne dove sono cresciuto, corre veloce sui binari.

Sospiro, passandomi le mani tra i capelli, ignorando la ragazza seduta di fronte a me, che continua a guardarmi, che vorrebbe, forse, parlarmi.

Ripenso a quando dissi a mio nonno che all’università avevo conosciuto un brillante stilista: lui rimase in silenzio ad ascoltarmi, terrorizzato che potessi intraprendere la carriera di mia madre. Ma io non volevo continuare a fare il modello e non volevo nemmeno morire di overdose, come aveva fatto lei. Gli raccontai che Pierre Lacroix non era un tossicodipendente, anzi. Aveva le dita martoriate, sì, ma  dalla macchina da cucire. Era uno stilista e aveva grandi ambizioni. In città aveva aperto un negozio di abbigliamento e fondato un suo marchio che aveva chiamato, Jolie. “Pierre vuole aprire un altro negozio Jolie a Parigi. Io mi occuperò del lancio. Saremo soci”, aggiunsi.

Mio nonno mi prese le braccia. Mi tirò su le maniche fino ai gomiti, scrutandone attentamente l’incavo, roteando gli occhi a destra e sinistra. Poi acconsenti senza parlare, lasciandomi andare verso la strada che avevo scelto.

Ricordo quando, anni dopo, scolando svariate bottiglie di Dom Perignon d’annata, accettai l’incarico che Pierre da un po’ di mesi mi prospettava: portare il marchio Jolie, ormai un successo in Francia, all’estero. Precisamente, in Italia.

Il primo punto vendita lo aprimmo a Genova, perché Milano era troppo cara, troppo complicata e troppo snob. Ed ora, diciannove anni dopo quella sbornia memorabile, sto lasciando Genova, sto lasciando Jolie e sto lasciando Klemi.

Il viso di Klemi mi appare nella mente, interrompe i miei pensieri, mi schiaffeggia il volto. Ho voglia di fumare, ma qui sul treno non si può. Mi alzo, vado in corridoio, mi chiudo in bagno, accendo una sigaretta, do due tiri, lascio che il fumo mi riscaldi i polmoni.

Klemi, Klemi, Klemi. Sono stato uno stronzo, perché non ho avuto il coraggio di dirti in faccia che me ne sarei andato.

“Merda!”, urlo tra me, stringendo i pugni, buttando la cicca nella tazza del water.

Poi ritorno al mio scompartimento, mi siedo, butto gli occhi fuori dal finestrino, ripensando agli attimi importanti della mia vita, come fanno i vecchi. La ragazza di fronte a me continua a guardarmi, devo sembrargli isterico, ma accenna un sorriso, sta per parlare, ma la interrompo prima che inizi: prendo il cellulare dalla tasca, apro WhatsApp.

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